“Sacerdote sorpreso a fare sesso con una 15enne adescata in chat.
Si era spacciato in Rete per professore: scoperto sulla Tangenziale in via Cinthia (Napoli) e denunciato”.
Non voglio dare un giudizio, la triste notizia si commenta da sè e spero che questo prete sia perseguito penalmente e canonicamente. No, non possono essere solo considerati degli “scivoloni pruriginosi sessuali”. Mi vergogno di questi fatti così incresciosi, subdoli che ledono ogni ragione e dignità delle persone, immaginate se si tratta di minori in difficoltà familiari e personali.
Questo non è amore, non è affetto, non è accompagnamento spirituale. Sono fatti gravi che non possono esserci giustificazioni. Internet, strumento che aiuta anche la solitudine, le difficoltà esistenziali delle persone (in fondo si comunica per sopravvivere in questa società distratta e individualista!) può essere utilizzato da persone, in questo cosa adulte, per carpire intenzionalmente persone deboli, con la pretesa di un affetto e un amore falso e malato. Vigilanza e intelligenza.
Attenzione chi incontrate in chat, non sempre chi stà dall’altra parte è quello che voi pensate. Si possono incontrare straordinarie persone, vecchi amici, ma si possono incontrare false identità che inducono a farsi male, nell’ingenuità di pensare che ci vogliono bene.
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Adescata in chat da finto professore. E’ un prete.
martedì, luglio 6th, 2010Intrappolati nella solitudine.
sabato, marzo 6th, 2010Sentirsi sempre più soli con gli sms, le chat, i socialnetwork e le email. Qualcuno sostiene che non si è più soli nel mondo globale e nel web. Vi consiglio di leggere questo interessante articolo: http://scuola.repubblica.it/blog/2009/tecnologie-e-solitudine . In profonda crisi i rapporti faccia a faccia, gli incontri reali. Solitudine o compagnia?
Come vivere e vincere l’ansia di essere solo e sempre spinto all’irrefrenabile richiesta di rispondere ai molteplici flussi di dati? William Deresiewicz sull´accademico Chronicle of Higher Education: «Se la noia era il grande sentimento della generazione televisiva, la solitudine è quello della web generation».
Devo essere onesto, io nel web mi sento profondamente solo e ogni giorno non dimetico mai di “rapportarmi con Dio” nell’ascolto della Parola e nel vivere l’Eucarestia nell’esperienza della comunità “reale”. Illuminanti sono queste parole di D. Bonhoeffer, tratte da “La vita comune”, che vorrei condividere con voi. : “ Caratteristica della solitudine è il silenzio, come la parola è la caratteristica della comunione. Tra silenzio e parola vi è lo stesso legame interiore e la stessa distinzione che v’è tra solitudine e comunione. L’una non può esistere senza l’altro. La giusta parola nasce dal silenzio, ed il giusto silenzio nasce dalla parola.
Tacere non significa restare muti, come parlare non significa chiacchierare. Il restare muti non crea la solitudine e chiacchierare non crea comunione. “Tacere è sovrabbondanza, ebbrezza, sacrificio della parola. Ma il mutismo è empio, come un oggetto che è stato solo mutilato, non sacrificato…Zaccaria rimase muto, invece di rimanere in silenzio. Se avesse accettato la rivelazione, forse non sarebbe uscito dal tempio muto, ma solo silenzioso” (Ernest Hello). La parola che crea di nuovo la comunità e la riunisce è accompagnata dal silenzio. “C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” (Eccl. 3,7). Come nella giornata del cristiano ci sono determinate ore dedicate alla parola, specie le ore del culto e della preghiera in comune, così nella giornata devono esserci pure determinati periodi di silenzio nell’ascolto della Parola, silenzio che nasce dalla Parola. Saranno soprattutto i momenti prima e dopo l’ascolto della Parola. La Parola non raggiunge gli uomini rumorosi, ma quelli che rimangono in silenzio. Il silenzio nel tempo è il segno della santa presenza di Dio nella sua Parola.
C’è un’indifferenza, o meglio un rifiuto, che vede nel silenzio il disprezzo della rivelazione di Dio nella Parola. In questo caso il silenzio è inteso erroneamente come atto solenne, quasi un mistico volersi sollevare al di là della Parola. Non si riconosce più nel silenzio la sua essenziale relazione con la Parola, l’umile ammutolire del singolo davanti alla Parola di Dio. Tacciamo prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola, come un bambino tace, quando entra nella stanza del padre. Tacciamo dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Tacciamo la mattina presto, perché Dio deve avere la prima parola, e tacciamo prima di coricarci, perché l’ultima parola appartiene a Dio. Tacciamo solo per amore della Parola, cioè proprio non per disonorarla, ma per onorarla e riceverla come si deve. Tacere, infine, non vuol dire altro che aspettare la Parola di Dio e venire via, dopo averla ascoltata, con la sua benedizione. Ognuno per propria esperienza sa che è necessario imparare a tacere in un tempo in cui predomina il parlare; e che si tratta appunto di imparare a tacere veramente, a far silenzio nel proprio intimo, a fermare una volta la propria lingua, questo non è altro che la naturale semplice conseguenza del silenzio spirituale.
Ma il saper tacere di fronte alla Parola eserciterà il suo influsso su tutta la giornata. Se abbiamo imparato a tacere di fronte alla Parola, impareremo pure a usare rettamente del silenzio e delle parole durante la nostra giornata. (…) ”
Buon fine settimana e possiamo vivere il “giorno del Signore” per saper vivere il giorno dell’uomo.