Archive for marzo, 2010

Intrappolati nella solitudine.

sabato, marzo 6th, 2010

Sentirsi sempre più soli con gli sms, le chat, i socialnetwork e le email. Qualcuno sostiene che non si è più soli nel mondo globale e nel web. Vi consiglio di leggere questo interessante articolo: http://scuola.repubblica.it/blog/2009/tecnologie-e-solitudine  . In profonda crisi i rapporti faccia a faccia, gli incontri reali. Solitudine o compagnia?
Come vivere e vincere l’ansia di essere solo e sempre spinto all’irrefrenabile richiesta di rispondere ai molteplici flussi di dati? William Deresiewicz sull´accademico Chronicle of Higher Education: «Se la noia era il grande sentimento della generazione televisiva, la solitudine è quello della web generation».
Devo essere onesto, io nel web mi sento profondamente solo e ogni giorno non dimetico mai di “rapportarmi con Dio” nell’ascolto della Parola e nel vivere l’Eucarestia nell’esperienza della comunità “reale”. Illuminanti sono queste parole di D. Bonhoeffer, tratte da “La vita comune”, che vorrei condividere con voi. : “ Caratteristica della solitudine è il silenzio, come la parola è la caratteristica della comunione. Tra silenzio e parola vi è lo stesso legame interiore e la stessa distinzione che v’è tra solitudine e comunione. L’una non può esistere senza l’altro. La giusta parola nasce dal silenzio, ed il giusto silenzio nasce dalla parola.
Tacere non significa restare muti, come parlare non significa chiacchierare. Il restare muti non crea la solitudine e chiacchierare non crea comunione. “Tacere è sovrabbondanza, ebbrezza, sacrificio della parola. Ma il mutismo è empio, come un oggetto che è stato solo mutilato, non sacrificato…Zaccaria rimase muto, invece di rimanere in silenzio. Se avesse accettato la rivelazione, forse non sarebbe uscito dal tempio muto, ma solo silenzioso” (Ernest Hello). La parola che crea di nuovo la comunità e la riunisce è accompagnata dal silenzio. “C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” (Eccl. 3,7). Come nella giornata del cristiano ci sono determinate ore dedicate alla parola, specie le ore del culto e della preghiera in comune, così nella giornata devono esserci pure determinati periodi di silenzio nell’ascolto della Parola, silenzio che nasce dalla Parola. Saranno soprattutto i momenti prima e dopo l’ascolto della Parola. La Parola non raggiunge gli uomini rumorosi, ma quelli che rimangono in silenzio. Il silenzio nel tempo è il segno della santa presenza di Dio nella sua Parola.
C’è un’indifferenza, o meglio un rifiuto, che vede nel silenzio il disprezzo della rivelazione di Dio nella Parola. In questo caso il silenzio è inteso erroneamente come atto solenne, quasi un mistico volersi sollevare al di là della Parola. Non si riconosce più nel silenzio la sua essenziale relazione con la Parola, l’umile ammutolire del singolo davanti alla Parola di Dio. Tacciamo prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola, come un bambino tace, quando entra nella stanza del padre. Tacciamo dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Tacciamo la mattina presto, perché Dio deve avere la prima parola, e tacciamo prima di coricarci, perché l’ultima parola appartiene a Dio. Tacciamo solo per amore della Parola, cioè proprio non per disonorarla, ma per onorarla e riceverla come si deve. Tacere, infine, non vuol dire altro che aspettare la Parola di Dio e venire via, dopo averla ascoltata, con la sua benedizione. Ognuno per propria esperienza sa che è necessario imparare a tacere in un tempo in cui predomina il parlare; e che si tratta appunto di imparare a tacere veramente, a far silenzio nel proprio intimo, a fermare una volta la propria lingua, questo non è altro che la naturale semplice conseguenza del silenzio spirituale.
Ma il saper tacere di fronte alla Parola eserciterà il suo influsso su tutta la giornata. Se abbiamo imparato a tacere di fronte alla Parola, impareremo pure a usare rettamente del silenzio e delle parole durante la nostra giornata. (…) ”
Buon fine settimana e possiamo vivere il “giorno del Signore” per saper vivere il giorno dell’uomo.

Noli me tangere. Tecnologia che domina sul tabù del distacco.

mercoledì, marzo 3rd, 2010

“Noli me tangere” (Gv. 20,17): “non mi toccare” anche se le moderne traduzioni della bibbia (cfr. Bibbia CEI) traducono “non mi trattenere”. Mi è subito venuto in mente quest’episodio raccontato da Giovanni dopo la Resurrezione. In effetti la pienezza della vita sta nel dominare la vita o nel vivere la vita proiettata alle realtà eterne? Credo sia una domanda fondamentale anche per le innovazioni tecnologiche. Considerazione dedotte dalla notizia della “tastiera che comparirà sull’avambraccio”, dove si supererà il concetto di “multitouch” passando quasi al “cyborg”. A quanto apre tre ricercatori (Chris Harrison della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Dan Morris e Desney Tan del laboratorio di ricerca Microsoft a Redmond) hanno creato un vero e proprio “database” di suoni prodotti dall’avambraccio, determinato dalle differenti combinazioni di pelle, muscoli e ossa. In estrema sintesi è la ricerca del dominio delle macchine sull’uomo. Come ogni cosa ci sono sempre dei vantaggi. Staremo a vedere. In effetti è il tentativo di superare il “tabù del contatto”, sia personale che interpersonale. Ma credo che dobbiamo superare, invece, il “tabù del distacco”: non vogliamo staccarci dal corpo, dalla fisicità. Il “noli me tangere” ci richiama fortemente a questa realtà non manipolabile in nessun caso e in nessun modo.
Il non trattenere Gesù Cristo, morto e risorto, è anche il non trattenere il nostro “corpo”. Nessun “superman-tecnoweb” potrà sostituire l’umanità dell’uomo che cerca Dio.
Illuminante e profonda la seguente considerazione:
“Una relazione che sembra, anzi è arrivata al suo compimento, passerà proprio attraverso un distacco; è lo sfondo di ogni relazione umana storica, il punto in cui ogni relazione viene messa alla prova definitiva. Possiamo pensare che tale principio vale per tutti i distacchi pastorali e per quelli proposti dalla vita: da una parte creano sofferenza e tuttavia, nella misura in cui sono affrontati con coraggio e con serenità, ci rinnovano, approfondiscono i legami” (Card. Martini).

La libertà cristiana e quella nel/del web.

lunedì, marzo 1st, 2010

Si discute da sempre sulla libertà nel web (o del web?). Ma dovremmo tanto interrogarci cosa significa la libertà e la liberazione per l’uomo e dei popoli. E’ illuminante e utile la lettura del documento “Libertà cristiana e liberazione”, della Congregazione per la dottrina della fede (Enchiridion Vaticanum. Documenti della Santa Sede (1986-1987), X, 196- 344.).
Nel 1986, ecco cosa si diceva sui “pericoli della potenza tecnologica”.
Pericoli della potenza tecnologica.
La forza liberatrice della conoscenza scientifica si oggettivizza nelle grandi realizzazioni tecnologiche. Chi dispone delle tecnologie possiede il potere sulla terra e sugli uomini. Di qui son nate forme, fino ad ora sconosciute, di disuguaglianza tra i possessori del sapere ed i semplici fruitori della tecnica. Il nuovo potere tecnologico è legato al potere economico e porta alla sua concentrazione. Cosí, all’interno dei popoli come tra i popoli, si sono formati rapporti di dipendenza che, nel corso degli ultimi vent’anni, sono stati occasione per una nuova rivendicazione di liberazione. Come impedire che la potenza tecnologica divenga una potenza oppressiva di gruppi umani o di interi popoli?”

Riporto questa considerazione dopo una accesa discussione avuta con “esperti della rete” che rivendicavano il diritto alla totale e assoluta libertà del e nel web. “Tutto deve e può scorrere nel web”, dicevano. Mentre sottolineavo della “responsabilità” di chi vive da cristiano e la libertà in Cristo, come suo testimone”. Niente di scontato, tutto da richiamare per non perdere la identità cristiana, dei cristiani nel web e nella vita quotidiana. Un grande pericolo e ho timore di coloro che “parlano di Lui” o della troppo ostentata “cittadinanza del web” non facendo riferimento alla  “cittadinanza dei cristiani” liberati dall’amore Cristo. Ce lo ha ricordato S. Paolo ai Filippesi:

“Fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.” (Fil 3,17- 4,1). Mi sentivo di ricordarlo a me stesso e a voi.